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Storia della Corsica
L'insularità della Corsica, sebbene non le abbia consentito uno sviluppo
realmente autonomo, ha tuttavia costituito la necessaria premessa per
conferire alla sua tormentata storia un'originalità rimarchevole.
Assieme alla cospicua dimensione (quasi 8.800 chilometri quadrati) e alla
natura fortemente accidentata del rilievo orografico dell'isola (altitudine
media sopra i 500 metri) - che da sempre ha fatto dei Còrsi più dei fieri
montanari che dei marinai - l'insularità ha garantito la nascita e la
crescita, sino ai giorni nostri, di un forte sentimento nazionale e di un
mai del tutto sopito desiderio d'indipendenza.
Profilo storico
Situata in posizione strategica nel Mediterraneo occidentale, la Corsica,
d'altra parte, non poteva sperare di non suscitare l'interesse dei popoli e
degli Stati che, via via, si sono affacciati su quel mare come commercianti
e come conquistatori.
Fenici, Greci, Romani, Vandali, Bizantini, Pisani, Aragonesi, Genovesi e,
per ultimo, i Francesi (che, con il Trattato di Versailles del 1768 di fatto
costrinsero la Repubblica di Genova a cedere l'isola, e subito dopo
l'invasero in forze), si sono fatti signori di Corsica durante il correre di
oltre due millenni, lasciando al suo popolo - salvo eccezioni sporadiche -
solo brevissimi periodi di autonomia ed indipendenza.
Tra questi spicca certamente il periodo che va dal 1755 al 1769, durante il
quale l'eroe dell'indipendenza còrsa, Pasquale Paoli, seppe fare della
Corsica il primo Stato Europeo dotato di una Costituzione democratica e
moderna.
Scritta in Italiano - storicamente la lingua colta di Corsica affermatasi
spontaneamente nell'isola come negli altri stati preunitari della Penisola -
la Costituzione Paolina fu in parte ispirata da Jean-Jacques Rousseau e più
in generale dalle idee illuministe di Paoli, che s'era formato
all'Università di Napoli. Durante gli anni della lotta contro Genova e poi
contro la Francia, la Corsica indipendente di Pasquale Paoli si guadagnò la
simpatia dei più illuminati intellettuali europei, da Rousseau a James
Boswell a Voltaire, che celebrò ammirato l'eroismo mostrato dai Còrsi nella
sfortunata Battaglia di Ponte Nuovo (1769), che segnò la fine dell'effimera
Repubblica Paolina.
Geografia ed orografia in Corsica hanno avuto conseguenze storiche forse più
spiccate che altrove. Contraddistinta da una relativa scarsità di approdi e,
soprattutto, di pianure, la Corsica è un'autentica "montagna in mezzo al
mare" attraversata com'è, da nord-ovest a sud-est, da un formidabile sistema
di catene montuose le cui cime superano spesso i 2.500 metri. Tali cime
culminano nei 2.706 metri del Monte Cinto, la cui vetta - spesso innevata
anche d'estate - dista solo 28 km dal mare a ponente, illustrando così assai
bene lo sviluppo verticale più che orizzontale di questa terra.
Questo sistema montuoso ha da sempre diviso la Corsica in due parti: quella
a Nord-Est (oggi Haute-Corse), detta storicamente Banda di dentro, Di qua
dai monti o Cismonte (avendo come riferimento l'Italia), e quella a
Sud-Ovest (oggi Corse du Sud), detta Banda di fuori, Di là dai monti o
Pumonte. I passi che attraversano le montagne - molti dei quali sono situati
oltre i 1.000 metri - erano bloccati anche per settimane dalle nevicate,
venendo così a costituire, assieme ai monti, più una barriera che un vero
collegamento tra le due sub-regioni. Ancora, le ripide vallate, spesso prive
di collegamenti tra loro anche nell'ambito della stessa Banda, tracciano
come una ragnatela a compartimenti stagni nell'entroterra còrso.
Se da un lato queste caratteristiche del terreno hanno reso lungo e
difficile il compito agli invasori, rendendone lenta la penetrazione (ed
abituando i Còrsi a fare di guerra e guerriglia il proprio pane quotidiano
per secoli), dall'altro hanno contribuito decisivamente a tenere sempre
relativamente bassa la densità di popolazione e a separare i Còrsi tra loro.
Il versante rivolto all'Italia ha subito una maggiore influenza dalla
Penisola, sia sul piano politico-sociale, sia su quello linguistico, mentre
la parte sud-occidentale ha mantenuto un'originalità più spiccata (ma goduto
di un minore progresso politico, almeno sino all'invasione francese), mentre
il radicamento della popolazione nelle vallate montane - tutte le maggiori
città sul mare sono state fondate o sviluppate dagli invasori - ha generato
e diffuso ovunque una tendenza al particolarismo a volte spinta sino a
sfociare in una sorta di anarchismo la cui conseguenza forse più drammatica
fu il diffondersi e l'affermarsi, per secoli, della piaga della vendetta
(simile alla faida diffusa anche nell'Italia meridionale) quale sistema
sommario di giustizia e del diffuso fenomeno del banditismo.
La grande divisione orografica longitudinale e quelle (minori, ma a volte
non meno importanti) trasversali, più marcate nella zona sud-occidentale,
hanno dunque finito per creare nell'isola confini ideali, sociali,
linguistici e politici. Tali confini, filtrati dalla storia, si sono
tradotti nelle suddivisioni amministrative, con poche variazioni, sono
rimaste immutate sino ai giorni nostri. I due Dipartimenti (Départements
2A/2B), reintrodotti dalla Francia nel 1975 (dopo un'analoga parentesi tra
1793 e 1811), ricalcano i confini storici di Pumonte e Cismonte, mentre gli
attuali Cantoni (Cantons) corrispondono in buona parte all'antico sistema
delle Pievi (suddivisione amministrativa del territorio delle parrocchie),
sviluppato durante i secoli del dominio genovese (1284-1768).
La polverizzazione del tessuto socio-politico, oltre a generare la citata
piaga della vendetta ed a prevenire il decollo dell'economia (rimasta in
buona parte autarchica sino al XX secolo), ha forgiato in senso
individualista il carattere della popolazione, fortemente legata ad
un'organizzazione per clan familiari raramente alleati tra loro oltre i
confini di una singola Pieve.
Questa situazione, abilmente quanto cinicamente sfruttata sia dai Signori
locali (a volte diretti responsabili di interventi stranieri, invocati per
risolvere i conflitti locali), sia dalle entità amministrative straniere, ha
contribuito in modo decisivo ad impedire lo sviluppo di un disegno politico
nazionale condiviso davvero radicato e coerente, rendendo di fatto vani
tutti i tentativi di unificazione ed indipendenza.
Per secoli la miseria e la mancanza di prospettive generata da questo stato
di cose ha spinto i Còrsi all'emigrazione, prima come coloni verso la
Sardegna (già in epoca romana), poi soprattutto come soldati di ventura (per
secoli - e da prima dell'istituzione della Guardia Svizzera - la Guardia
Corsa costituì la truppa scelta del Papa), infine trovando sbocco
soprattutto nell'amministrazione statale e coloniale francese (furono
numerosissimi i Còrsi emigrati in Algeria e nelle altre colonie francesi).
La forte emigrazione ha portato alla creazione di una vastissima diaspora,
tanto che oggi essa conta più Còrsi nati o residenti fuori dall'isola di
quelli presenti in Corsica stessa.
Complice la straordinaria circostanza della nascita di Napoleone in Corsica
in coincidenza con l'occupazione francese dell'isola - e coerentemente con
il proprio disegno unificatore già delineato dalla Rivoluzione - la Francia
ha applicato con forza il proprio modello amministrativo, culturale e, per
certi versi, di sviluppo economico all'isola, considerata sin dall'Impero
come territorio metropolitano. Abituati da secoli ad essere dominati
politicamente dall'esterno e dotati di un innato spirito indipendente e
pratico, i Còrsi si integrarono lentamente alla Francia senza particolari
entusiasmi e più per le possibilità loro offerte dalla metropoli e dalla sua
espansione coloniale che per le sirene della retorica nazionalista
d'oltralpe. Sino a oltre metà '800, l'Italiano continuò ad essere la lingua
- anche scritta - più diffusa nell'isola (e lo era sempre stata, sin da
quando aveva sostituito il Latino); l'uso del Francese dovette essere
imposto per legge. Quando, nel 1889, le ossa di Pasquale Paoli furono
translate dall'Abbazia di Westminster, dove l'eroe Còrso era stato sepolto
essendo morto in esilio a Londra nel 1807, nella tomba di famiglia presso la
casa natale a Stretta di Merusaglia, la lapide fu scritta in Italiano.
Almeno sino alla fine del XIX secolo, la penetrazione culturale ed economica
francese - contrastata armi in pugno sino all primo ventennio dell'800, sia
pure con forza via via decrescente - nell'interno della Corsica rimase tutto
sommato modesta e il Francese non diverrà lingua veicolare diffusa ovunque
sino a metà del XX secolo. A dispetto degli sforzi profusi soprattutto da
Napoleone III per abbellire la capitale dell'isola e provvedere alla
creazione di infrastrutture di trasporto, il culto bonapartista, largamente
incoraggiato, è rimasto sempre sostenzialmente limitato alla zona di
Ajaccio, dove è sopravvissuto sino ai giorni nostri. Non che ciò sia ragione
di meraviglia, in considerazione dell'atavica rivalità tra Còrsi già
illustrata.
La I guerra mondiale, cui la Corsica ha pagato un tributo di sangue
proporzionalmente enorme, con decine di migliaia di suoi figli inghiottiti
per sempre nell'immane tritacarne del fronte franco-tedesco della Marna,
ebbe un ruolo notevole, assieme all'avvento dello sviluppo industriale e
all'apice raggiunto dall'espansione coloniale francese, nel perfezionare
l'integrazione della Corsica nell'ambito della Francia: oltre al vistoso
decremento demografico indotto dalla guerra, la conseguente crisi economica
incrementò l'emigrazione dall'isola che vide ridursi sostanzialmente la
propria popolazione e il proprio tenore di vita.
La Corsica non fu mai davvero coinvolta nel processo unitario italiano,
salvo la sporadicissima eccezione di qualche intellettuale locale che si
ostinava a considerare, come nei secoli passati, terraferma l'Italia
piuttosto che il continente francese. Nè vi fu mai da parte del Regno
d'Italia, pesantemente legato alla Francia sin dalla sua concezione, il
minimo accenno concreto ad entrare in rotta di collisione con la Parigi per
la Corsica, neanche quando, nel 1870, con la caduta di Napoleone III,
Vittorio Emanuele II (francofono egli stesso, circostanza quasi mai
ricordata), non esitò a liquidare lo Stato della Chiesa, ma non volle
assolutamente tentare di occupare la Corsica. Anche con il risorgere
dell'autonomismo còrso all'alba del XX secolo e, soprattutto nel I
dopoguerra, con la fioritura di pubblicazioni in lingua Còrsa (tra tutte: A
Muvra'), la franca ripresa del culto Paolista e la fondazione del Partitu
Corsu d'Azione (per certi versi analogo al Partito Sardo d'Azione), in
Corsica non sorse nulla di simile ai movimenti irredentisti che s'erano
sviluppati in Trentino e in Venezia-Giulia. I Còrsi desideravano, come
sempre, ed ancora in larghissima maggioranza, essere soprattutto sé stessi.
I pochissimi che si scoprivano irredentisti (Petru Rocca e Petru Giovacchini
tra gli altri), avevano grosse difficoltà persino a confessarlo a sé
medesimi, lacerati dallo spirito atavico che sempre ha legato la gente di
Corsica alla sua terra, prima che ad ogni altra cosa.
In tale situazione l'Italia fascista tentò 1938 di pescare nel torbido
cercando - per la verità con scarso seguito e successo - di far leva sul mai
del tutto sopito sentimento antifrancese e sulla crisi diffusa in Corsica,
per crearvi un sostegno alle pretese espansioniste mussoliniane (che
rivendicava all'Italia la Savoia, la Contea di Nizza e la Corsica). Se
alcuni intellettuali Còrsi - pochissimi - raccolsero l'appello (più per
sentimento di estraneità al contesto francese che per adesione all'ideologia
fascista), la grande maggioranza lo respinse e la Francia fu abile nello
sfruttare l'aggressione verbale fascista per espandere come mai in
precedenza il sentimento di appartenenza alla Francia dei Còrsi (Serment de
Bastia).
L'occupazione militare italiana (novembre 1942 - settembre 1943) durante la
II guerra mondiale e la repressione violenta della Resistenza operata in
Corsica dall'OVRA non fecero che porre le premesse per la violenta campagna
punitiva promossa nel dopoguerra da De Gaulle contro l'Italia giudicata
responsabile della "coltellata alla schiena" per l'attacco del 10 giugno
1940 alla Francia già sconfitta. Lo sforzo nazionalista francese,
impersonato da De Gaulle, celebrando la Corsica "primo Dipartimento francese
liberato" e come terra francese, approfondirà come forse mai prima il
distacco già storicamente accumulato tra Corsica e Italia, malgrado il
notevole contributo di sangue versato dai soldati italiani alleatisi con la
Resistenza Còrso-francese all'indomani dell'8 settembre 1943 per scacciare
la Wehrmacht dall'isola.
Sempre più integrata nella Repubblica Francese, la Corsica dell'ultimo
dopoguerra non ha trovato la pace malgrado il declino della lingua e delle
tradizioni locali, accelerato dalla modernizzazione e dalla globalizzazione.
All'indomani dell'indipendenza dell'Algeria 1963 il governo di Parigi
dispose il trasferimento in Corsica di decine di migliaia di rimpatriati
francesi (pied-noirs), alterando significativamente il quadro demografico ed
economico locale. Questo evento, sommato ad una serie di scandali politici e
finanziari, portò alla nascita di movimenti regionalisti che presto si
trasformano in autonomisti (1966-1973). La mancanza di risposte politiche
adeguate da parte del governo francese ai problemi che esso stesso aveva
contribuito a creare finì per esasperare la situazione e così, nel 1975
(Fatti di Aleria), si giunse alla rinascita di movimenti indipendentisti e,
nel 1976 alla lotta armata promossa dal FLNC (Frontu di Liberazione
Naziunalista Corsu).
Mai del tutto esauritasi e caratterizzata da migliaia e migliaia di
attentati dinamitardi (quasi sempre accuratamente studiati per colpire le
cose evitando spargimenti di sangue) eseguiti in Corsica (ma anche in
Francia) contro i simboli del potere statale e contro le iniziative
speculative pubbliche e private (soprattutto quelle tese alla
cementificazione selvaggia delle coste dell'isola), la lotta armata
indipendentista, sovente divisa al suo interno, si è data nel corso degli
anni un volto politico e ha fatto sentire il suo peso utilizzando sempre più
metodi pacifici e democratici.
Sostenuti alle elezioni da una parte sempre significativa (ma mai
maggioritaria) della popolazione Còrsa, autonomisti e indipendentisti hanno
ottenuto diversi successi, alcuni dei quali storici, come la riapertura
(1981) a Corte dell'università di Corsica fondata da Pasquale Paoli (chiusa
dai francesi non appena ebbero il controllo pieno dell'isola e mai più
riaperta).
Un anno dopo( 1982) il Parlamento Francese dota l'isola di uno statuto
particolare, que sarà riformato nel 1991, con il trasferimento all'Assemblea
di Corsica (eletta a suffragio universale) di numerose competenze in materia
culturale, economica e sociale. Inquinata dal perdurare della violenza (su
tutti l'affare non del tutto chiarito dell'assassinio del Prefetto Claude
Erignac il 6 febbraio 1998 ad Ajaccio), la lotta politica senza esclusione
di colpi tra autonomisti ed indipendentisti da una parte, e uomini politici
Còrsi aderenti ai partiti nazionali francesi (sovente indicati in Corsica
con l'appellativo dispregiativo di clanisti) dall'altra, ha tuttavia
costituito un freno notevole alle realizzazione concrete promesse dalle
riforme introdotte (incluso l'insegnamento facoltativo della lingua Còrsa
nelle scuole), e ancor oggi la Corsica è una delle regioni più depresse e
afflitte da problemi sociali di Francia e dell'Europa occidentale.
I primi abitanti
Con l'abbassarsi del livello medio del Mediterraneo conseguente alle
glaciazioni, si vennero a creare diversi ponti naturali che consentirono il
passaggio della fauna - e forse dell'uomo - dal continente italiano
all'arcipelago sardo-corso, passando per le isole di quello toscano ed
attraversando al più uno stretto tratto di mare. Successivamente, attorno a
14-12mila anni fa, il clima iniziò l'evoluzione che lo ha portato verso la
sua forma attuale e la Corsica assunse l'odierno aspetto insulare. Risalgono
a circa il 9000 AC (Romanelliano) i primi giacimenti paleolitici di pietre
scheggiate e gli abbozzi scultorei finora ritrovati in Corsica, nella
regione di Porto-Vecchio. Uno scheletro femminile (dame de Bonifacio) è
stato trovato presso la città omonima e datato al VII millennio a.C.. Il
Neolitico, rappresentato in Corsica anche da reperti di ossidiana importati,
si conclude verso il 1800 AC
In questo periodo si sviluppa una civiltà megalitica di rilievo che lascia
sull'isola dolmen (stazzòne, trovati presso Cauria e Pagliagio), menhir (stantare)
e il maggior numero di originali statue-menhir del Mediterraneo, concentrato
nel sito di Filitosa, nel Sud della Corsica (presso Sollacaro, verso lo
sbocco a mare della valle del Taravo), riconosciuto patrimonio mondiale
dall'UNESCO.
Sempre nel Sud si sviluppa, con l'avvento dell'età del bronzo, la civiltà
Torreana, collegata alla Nuragica della vicina Sardegna della quale restano
numerose torri a struttura simile a quella dei nuraghi, ma meno imponenti.
Per la natura dei reperti, la loro epoca e la loro localizzazione, si tende
a supporre che tale civiltà fosse un'estensione di quella coeva sviluppatasi
in Sardegna. I Torreani (che taluni ritengono coincidere con l'antico popolo
del mare detto Shardana), meglio organizzati ed armati, hanno la meglio sui
megalitici e li scacciano veroso il centro e il nord dell'isola. Lo stesso
sito di Filitosa reca le tracce della distruzione cruenta dell'insediamento
precedente e la sovrapposizione ad esso di uno torreano.
Verso l'Età del ferro sembra avvenga una progressiva fusione tra gli eredi
delle due civiltà: prende così forma il popolo che i Greci chiameranno Κορυιοι,
Còrsi. Significativo il ritrovamento di alcune iscrizioni Fenicie risalenti
al IX sec. a.C. che citano il popolo del mare denominato KRSYM, stanziato a
Kition (Cipro); nella grafia priva di consonanti usata dai Fenici e da altri
popoli semitici, KRSYM potrebbe stare per KoRSi (essendo -im il fonema
caratterizzante le forme plurali). I KRSYM furono abbastanza importanti da
render necessaria da parte dei Fenici l'istituzione di una figura detta MLS
HKRSYM, ossia l`Interprete dei Korsi.
Invasioni dell'epoca classica
L'età del Ferro in Corsica, iniziata attorno all'VIII secolo a.C., termina
con l'ingresso dell'isola nella Storia quando, presso il sito della attuale
(Aleria), viene fondata da coloni Greci (popolo) Focesi la colonia di Alalia
565 AC.
In questo periodo ogni nuovo invasore scaccia il precedente. Giungono
sull'isola in rapida successione Iberi, Liguri, Fenici e Greci, mentre gli
indigeni si rifugiano trai monti. Anche i Greci resistono poco: nel 535 AC
vengono scacciati da una coalizione Etrusco-Cartaginese. Seguono le
incursioni dei Greci di Siracusa, che nel V sec. AC fondano Portus
Syracusanus (Porto Vecchio) e, di nuovo, dei Cartaginesi (IV sec. AC).
Sette secoli di Corsica romana
Nel quadro della lotta contro i Cartaginesi per il predominio nel
Mediterraneo, Lucio Cornelio Scipione occupa la Corsica nel 259 AC, durante
la I guerra punica, dando l'avvio ad una dominazione ininterrotta durata
circa sette secoli. Dopo una serie di alterne vicende, che vedono i Romani
tentare l'occupazione della Sardegna a partire dalla Corsica e poi
scontrarsi con i Còrsi, la definitiva espulsione delle ultime forze puniche
viene conclusa nel 227 AC. I Romani si limitano inizialmente a controllare
l'isola senza avviare una vera e propria colonizzazione.
Mario fonda la città di Mariana (Colonia Mariana a Caio Mario deducta, sita
presso l'attuale comune di Lucciana) verso la foce del Golo nel 105 AC. Da
questo momento inizia la colonizzazione vera e propria e sull'isola
fioriscono ville rustiche e suburbane, villaggi ed insediamenti di ogni
tipo, incluse le terme di Orezza e Guagno.
Nell'81 AC è la volta dei legionari di Silla a trovare in Corsica il luogo
di pensionamento, stavolta presso Aleria, seguiti dai legionari di Giulio
Cesare (che visita l'isola nel 46 AC) nel 47 AC. La dominazione romana si
svolge senza incidenti di rilievo e, analogamente a quanto avviene in altre
province (la Corsica è amministrativamente associata alla Sardegna con la
riforma di Ottaviano Augusto del 4 AC), i Romani si guadagnano il rispetto e
la collaborazione dei capi indigeni (a cominciare dai Venacini, tribù locale
del Capo còrso]]), riconoscendo loro funzioni di governo locale e apportando
ricchezza con la messa a profitto delle terre sfruttabili in collina e lungo
le coste.
Presso Aleria e Mariana vengono approntate basi secondarie della flotta
imperiale di Miseno, con marinai còrsi che saranno tra i primi a ottenere la
cittadinanza romana (con Vespasiano nel 75).
Nel 44 AC Diodoro Siculo visita la Corsica e nota che i Còrsi osservano tra
loro regole di giustizia e d'umanità più evolute di quelle di altri popoli
barbari, ne valuta il numero in circa 30.000 e riferisce che essi sono
dediti alla pastorizia e che marchiano le greggi lasciate libere al pascolo.
Seneca passa dieci anni in esilio in Corsica a partire dal 41. Malgrado i
continui collegamenti con l'Italia e forse per la sua natura selvaggia,
l'isola diviene regolare luogo d'esilio e rifugio di cristiani, che
probabilmente vi diffondono la nuova Fede. In epoca Antonina vengono
perfezionate le vie di comunicazione interna (specialmente sulla costa Est):
l'isola è pressochè completamente latinizzata, salvo qualche enclave
montana. Sembra accertato che l'isola fu colonizzata dai Romani soprattutto
in occasione delle distribuzioni di terre a veterani provenienti dall'Italia
meridionale - o da soldati provenienti dagli stessi strati sociali ed etnici
cui furono similmente assegnate terre soprattutto in Sicilia - il che
aiuterebbe a spiegare alcune affinità linguistiche riscontrabili ancor oggi
tra Còrso meridionale e dialetti siculo-calabri.
Nel 150 il geografo Tolomeo nella sua opera cartografica offre una
descrizione piuttosto accurata della Corsica preromana, elencando 8 fiumi
principali, 32 centri abitati e porti, tra i quali Centurinon (Centuri),
Canelate (Punta di Cannelle), Clunion (Meria), Marianon (Bonifacio), Portus
Syracusanus (Porto Vecchio), Alista (Santa Lucia di Porto Vecchio),
Philonios (Favone), Mariana, Aleria, e 12 tribù (in greco, latino e loro
localizzazione):
Kerouinoi (Cervini, Balagna)
Tarabenoi (Tarabeni, Cinarca)
Titianoi (Titiani, Valinco)
Belatonoi (Belatoni, Sartinese)
Ouanakinoi (Venacini, Capo còrso)
Kilebensioi (Cilebensi, Nebbio)
Likninoi (Licinini, Niolo)
Opinoi (Opini, Castagniccia, Bozio)
Simbroi (Sumbri, Venaco)
Koumanesoi (Cumanesi, Fiumorbo)
Soubasanoi (Subasani, Carbini e Livia)
Makrinoi (Macrini, Casinca).
Santa Devota (martire attorno al 202, persecuzione di Settimio Severo o al
304, persecuzione di Diocleziano) è, assieme a Santa Giulia, una delle prime
santa còrsa di cui si abbia notizia. Secondo la leggenda la nave che ne
trasportava il feretro verso l'Africa fu gettata da una tempesta sul
litorale monegasco e per questo è divenuta la patrona del Principato di
Monaco e della famiglia Grimaldi. Santa Giulia (martire durante la
persecuzione di Decio del 250, o quella di Diocleziano), è patrona di
Corsica e di Brescia, città dove ne riposano le reliquie dopo che vi fu
fatta trasportare da Ansa, moglie del re longobardo Desiderio nel 762. Santa
Giulia è patrona anche di Livorno dove le spoglie della santa avrebbero
fatto tappa provenendo dalla Corsica. A queste martiri se ne aggiunge
un'intera schiera, tra i quali forse il primo vescovo di Corsica, San Parteo.
Dopo l'Editto di Milano di Costantino I il Grande e l'instaurazione della
libertà religiosa, la Corsica, già ampiamente romanizzata e cristianizzata,
è associata alla diocesi di Roma. Il primo vescovo còrso di cui si abbia
notizia certa è Catonus Corsicanus, che partecipa al Concilio di Arles
indetto da Costantino I Come altrove in occidente l'organizzazione romana in
Corsica cade con l'invasione dei Vandali che nel V secolo, muovendo
dall'Africa, investe la stessa città di Roma. Aleria viene saccheggiata e,
abbandonata, e finisce in rovina.
l'Alto Medioevo
Durante le convulsioni che accompagnarono la fine dell'Impero romano
d'occidente, la Corsica fu disputata tra tribù di Vandali e Goti alleate
degli ultimi imperatori, sino a che, nel 469, Genserico se ne assicura il
pieno controllo. La dominazione dei Vandali dura circa 65 anni, durante i
quali il patrimonio forestale dell'isola viene sfruttato per la
cantieristica navale attraverso la quale essi si dotano di una flotta che
terrorizza il Mediterraneo occidentale.
La potenza Vandala in Africa viene quindi distrutta da Belisario, mentre il
suo generale Cirillo conquista la Corsica nel 534, che viene così unita
all'Esarcato d'Africa e, come tale, unita all'Impero Romano d'Oriente.
Secondo Procopio, storico dell'imperatore d'oriente Giustiniano I, in
Corsica restano meno di 30.000 abitanti.
Nel periodo successivo, Goti e Longobardi prendono successivamente d'assalto
e saccheggiano l'isola, lasciata indifesa dai Bizantini che, a dispetto
delle preghiere di Papa San Gregorio magno, non la proteggono adeguatamente,
dopo averla a loro volta impoverita sotto il peso di un eccessivo carico
fiscale. D'altra parte, i Bizantini stessi sono travolti in Africa
dall'invasione araba e, nel 713, gli Arabi realizzano le loro prime
scorrerie contro la Corsica, muovendo dalle loro nuove basi nordafricane.
A quest'epoca si può far risalire l'avvio di un processo di notevole
spopolamento dell'isola e la formazione di una colonia di còrsi a Porto
(Ostia), nel cui seno pare tragga più tardi origine Papa Formoso (891-896),
che altri indicano nato in Corsica.
La Corsica resta nominalmente legata all'Impero romano d'oriente sino a
quando, nel 774, Carlo Magno travolge i Longobardi in Italia e conquista
l'isola, che passa così sotto la giurisdizione dei Franchi. Ma già dall'806
viene segnalata una nuova recrudescenza di incursioni dei Mori, stavolta
provenienti dalla penisola iberica; sconfitti più volte dai luogotenenti
dell'imperatore Carlo Magno, essi riescono tuttavia a prenderne brevemente
il controllo nell'810. Spazzati via da una spedizione guidata dal figlio
dell'imperatore Carlo, i Mori non si danno del tutto per vinti e continuano
ad investire la Corsica con le loro incursioni.
Al fine di tentare di porre fine a tale stato di cose, nell'828 la difesa
dell'isola viene affidata a Bonifacio II, conte della Marca di Toscana, che
conduce una vittoriosa spedizione punitiva direttamente contro i porti
nordafricani dai quali partono gli assalti arabi contro i litorali
tirrenici; sulla via del ritorno Bonifacio costruisce una fortezza presso la
punta Sud della Corsica, fondando così la città (Bonifacio) affacciata sullo
stretto (Bocche di Bonifacio) che separa l'isola dalla Sardegna, lasciando
così il proprio nome nei corrispondenti toponimi.
La guerra contro i Saraceni, che avevano ben presto ripreso i loro assalti,
fu proseguita dal figlio di Bonifacio, Adalberto, che ne ereditò l'incarico
nell'846. Tuttavia i Saraceni rimasero padroni di alcune basi sull'isola
almeno sino al 930. La Corsica, che nel frattempo era unita al regno di
Berengario II, re d'Italia, divenne rifugio di suo figlio Adalberto nel 962,
dopo che Berengario venne detronizzato da Ottone il grande. Adalberto riuscì
a mantenere il controllo della Corsica e ne passò il controllo al suo
omonimo figlio Adalberto, il quale fu tuttavia sconfitto dalle forze di
Ottone II, che determinò il passaggio dell'isola alla Marca di Toscana,
restando l'ultimo Adalberto responsabile della sola Corsica
Terra di Comune e Terra dei Signori
A quest'epoca si fa risalire il sorgere dell'anarchia feudale che vide
esplodere la lotta tra piccoli Signori locali ansiosi d'espandere i loro
piccoli domini. Tra costoro spiccano i conti di Cinarca, che si pretendevano
discendenti diretti di Adalberto e miravano ad espandere il loro dominio
sull'intera isola. Tale pretesa trovava però notevoli ostacoli e, per
contrastare le loro ambizioni e Sambucuccio di Alando si mise alla testa di
una sorta di dieta che, nell'XI secolo si oppose alle loro pretese,
confinandoli nella porzione Sud-Ovest dell'isola che per questo prenderà il
nome di "Terra dei Signori" (Pumonte), e stabilendo nella restante parte
dell'isola una sorta di repubblica costituita da una lega di comuni autonomi
(sull'esempio del modello analogo in sviluppo in Italia), il cui territorio
complessivo prende allora il nome di "Terra di Comune" (Cismonte).
Tale divisione è destinata a durare per lunghi secoli (sino al XVIII secolo)
ed a segnare significative differenze nello sviluppo sociale, economico e
persino linguistico tra le due parti dell'isola, con il nord più legato
all'Italia e con un idioma sempre più toscanizzato.
Dal punto di vista organizzativo, nella Terra di Comune, ciascuno dei comuni
più importanti facenti capo ad una Pieve (la parrocchia più importante del
circondario), nominava un numero variabile di rappresentanti detti "Padri
del comune", responsabili dell'amministrazione della giustizia e
dell'elezione del loro presidente, detto podestà, che ne coordinava
l'operato. I podestà delle varie Pievi, a loro volta, sceglievano i membri
di un consiglio superiore, detto "Consiglio dei Dodici", responsabile delle
leggi e regolamenti che reggevano la Terra di Comune. I "Padri del comune",
inoltre, eleggevano un "Caporale" per ogni Pieve, un magistrato responsabile
della protezione e della salvaguardia degli strati poveri della popolazione,
incaricato di garantire che i più svantaggiati non subissero soprusi e fosse
loro assicurata giustizia. In "Cinarca" (Terra dei Signori) i baroni feudali
mantenevano le loro prerogative, come anche quelli che controllavano il Capo
còrso, e assieme costituivano una minaccia al sistema in vigore in "Terra di
Comune". Per farvi fronte, nel 1020 i magistrati di quest'ultima chiesero
l'intervento di Guglielmo Marchese di Massa (della famiglia poi nota come
Malaspina) il quale, sceso nell'isola, ridusse all'ordine i baroni del Conte
di Cinarca e stabilì un proprio protettorato sulla Corsica, da trasmettere
poi al proprio figlio.
Verso la fine dell'XI secolo, tuttavia, il Papato sollevò, sulla base di
documenti falsificati (una donazione ad opera di Carlo Magno, il quale aveva
al più stabilito una reversibilità del proprio dominio a favore della Santa
Sede), la questione della propria sovranità sulla Corsica. Tale
rivendicazione trovò largo consenso nel seno della stessa isola, a
cominciare dal suo clero, e nel 1077 i Còrsi si dichiararono soggetti a
Roma.
Il dominio Pisano
Il grande Papa Gregorio VII (1073-1085), nel pieno della lotta per le
investiture con l'imperatore Enrico IV, non prese direttamente il controllo
dell'Isola, ma l'affidò al vescovo di Pisa, Landolfo, investito della carica
di legato pontificio per la Corsica. A seguito di tale evento il titolare
della cattedra arcivescovile pisana divenne anche Primate di Corsica (e di
Sardegna), carica conservata sino ai giorni nostri. Quattordici anni dopo,
Papa Urbano II (1088-1099), su istanza della contessa Matilde di Canossa,
confermò le concessioni del suo predecessore tramite la bolla Nos igitur. Il
titolo di legato pontificio passò quindi a Daiberto, installato sulla
cattedra di Landolfo. L'assegnazione come suffraganei dei vescovati còrsi
fece sì che il vescovo di Pisa assumesse il titolo di arcivescovo.
Pisa, con il suo porto, intratteneva da secoli (sin dall'epoca romana)
stretti rapporti con l'isola, espandendovi - via via che la propria potenza
come Repubblica marinara cresceva - la propria influenza politica, culturale
ed economica.
All’amministrazione vescovile seguì inevitabilmente l’autorità politica dei
Giudici (magistrati amministrativi) della Repubblica toscana, destinata in
breve tempo a far rifiorire la Corsica ed segnarla profondamente anche dopo
la perdita di controllo dell'isola seguita alla disastrosa disfatta subita
dai pisani ad opera dei genovesi, nella battaglia della Meloria (1284).
Malgrado quello che ancor oggi viene giudicato generalmente il buon governo
della Repubblica di Pisa, non mancarono in Corsica i motivi di dissidio.
Parte del clero e dei vescovi dell'isola mal sopportavano la soggezione
all'arcivescovo pisano, mentre la crescente potenza della Repubblica di
Genova, arcirivale di quella di Pisa e cosciente del valore strategico della
Corsica, affiancava alle lamentele dei Còrsi presso la corte papale di Roma,
i propri intrighi per ottenere una modifica dell'assetto dell'isola in
proprio favore. Fu così che, dopo un periodo durante il quale il papato non
prese una posizione chiara e coerente, nel 1138 Papa Innocenzo II
(1130-1143) delineò una soluzione di compromesso, dividendo la giurisdizione
ecclesiastica dell'isola tra gli arcivescovi di Pisa e di Genova, segnando
così l'inizio dell'influenza ligure sulla Corsica, resa ancor più concreta,
nel 1195 dall'occupazione genovese dell'importante porto e fortezza di
Bonifacio. I pisani tentarono per vent'anni, senza successo, di riprendere
la città, sino a quando, nel 1217 Papa Onorio III (1216-1227), chiamato a
mediare, prese formalmente controllo della piazzaforte. La mediazione
papale, tuttavia, non bastò a spegnere la lotta tra Pisa e Genova che, con
la loro influenza, fecero riverberare durante tutto il XIII secolo anche
sull'isola la lotta tra Guelfi e Ghibellini che sconvolgeva l'Italia.
Nell'ambito di tale lotta (e seguendo uno schema che si era già ripetuto e
si ripeterà più volte nell'isola, favorendone la dominazione) i maggiorenti
della Terra di Comune si risolsero ad invocare l'intervento del marchese
Isnardo Malaspina. I pisani reagirono instaurando un nuovo conte di Cinarca
e la guerra sconvolse l'isola senza che né il partito genovese, né quello
pisano riuscissero a prevalere in modo decisivo. La sconfitta della Meloria
1284, tuttavia, fece basculare decisamente il piatto della bilancia in
favore di Genova che, da allora, estende con sempre maggiore intensità la
propria influenza in Corsica.
L'eredità di Pisa
La memoria dell'influenza pisana è perpetuata dalla toponomastica, che si
sviluppa a partire da questo periodo, dall'onomastica (sono tuttora diffusi
in corsica molti cognomi d'origine toscana), dalla lingua locale
(toscaneggiante soprattutto nella regione di Bastia e del Capo còrso) e da
alcuni dei più pregevoli esempi d'archittettura romanica rimasti nell'isola,
testimonianza dell'impegno anche edilizio (chiese ed edifici pubblici: su
tutte le cattedrali di Nebbio, Mariana, S. Michele di Murato, S. Giovanni di
Carbini, S. Nicola di Pieve) e infrastrutturale (strade, ponti, fortezze e
torri). Anche dopo l'inizio del dominio genovese, Pisa intrattenne sempre
stretti rapporti con la Corsica (come testimoniato dal ricco corpus
documentario relativo alla Corsica presente ancor oggi presso la Curia della
città toscana, cui fu a lungo annesso un collegio per seminaristi còrsi).
A partire dal dominio pisano, e nei secoli a seguire, sino al XX secolo, non
vengono mai del tutto meno i rapporti culturali dell'isola con Pisa e la
Toscana, testimoniati anche dalla penetrazione di elementi schiettamente
toscani e, persino, di interi brani della Commedia di Dante nel ricchissimo
repertorio di proverbi e canti tradizionali polifonici (paghjelle)
dell'isola. Nel frattempo prende prestigio in Corsica anche il volgare
toscano, che ne diviene la lingua ufficiale. Pisa sarà anche la prima delle
sedi universitarie (seguita da Roma e Napoli) frequentate dai Còrsi (diverrà
così proverbiale anche nell'isola dire parla in crusca di coloro che
facevano sfoggio di un perfetto italiano) sino a gran parte del XIX secolo
(hanno studiato a Pisa Carlo e Giuseppe Bonaparte, Antonmarchi – medico a
Sant’Elena di Napoleone –, il poeta Salvatore Viale, l'igienista Pietrasanta,
medico di Napoleone III, venendo, nel caso degli Angeli, Farinola, Pozzo di
Borgo ed altri a far parte del collegio docente e rettorale).
La parentesi Aragonese
Il 12 giugno 1295, a complicare il quadro della Corsica che - dopo la
socnfitta di Pisa alla Meloria - sfuggiva al controllo pisano, intervenne
Papa Bonifacio VIII (1294-1303), con la sua investitura in favore di re
Giacomo II di Aragona (impegnato nella lotta per la Reconquista) a sovrano
di Corsica e Sardegna (Trattato di Anagni). Gli aragonesi, tuttavia, si
risolsero ad attaccare la Sardegna solo nel 1325, mettendo così una pietra
tombale su qualsiasi velleità residua di controllo del nord sardo e della
Corsica da parte dei Pisani. L'isola resta vittima di una sostanziale
anarchia sino al 1347, quando viene convocata una grande assemblea di
Caporali e Baroni che decidono di porsi sotto la protezione di Genova e di
offrire alla Repubblica ligure la sovranità totale sull'isola. Secondo
l'offerta, la Corsica avrebbe pagato regolari tributi a Genova che, a sua
volta, avrebbe offerto protezione dalla mai sopita piaga costituita dalle
scorrerie dei pirati barbareschi e garantito il mantenimento delle leggi
còrse e delle sue strutture e consuetidini di autogoverno locale, regolati
dal Consiglio dei Dodici per il Cismonte, e dal Consiglio dei Sei per il
Pumonte. Gli interessi isolani sarebbero stati rappresentati presso Genova
da un "Oratore". Intanto l'intera Europa era afflitta dal flagello della
Peste nera che giunse anche in Corsica proprio mentre vi prendeva piede la
supremazia genovese. L'accordo tra Caporali e Baroni venne presto violato e
sia gli uni, sia gli altri, si opposero l'un l'altro ed insieme
all'istaurarsi concreto della signoria genovese in Corsica. Di tale
situazione approfittò re Pietro IV di Aragona per ribadire la propria
sovranità sull'isola.
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